FP – Quarta ondata Covid. Il virus muta, l’ospedale regionale purtroppo no

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Siamo alle prese con la Quarta Ondata, già prevista da settimane, che richiede ancora sforzi per fronteggiare una nuova variante Covid (quella Omicron) della quale si conosce ancora poco, tranne l’elevata contagiosità. In Valle d’Aosta la situazione relativa al numero di pazienti Covid positivi ricoverati presso il Presidio Ospedaliero U. Parini, è progressivamente peggiorata. Di pari passo tutte le attività no Covid e le cure per i pazienti no Covid vengono ridotte sempre di più all’osso.

Le vaccinazioni proseguono regolarmente e, di fatto, non siamo in una situazione di emergenza paragonabile allo scorso inverno dal momento che abbiamo tutti la possibilità di circolare liberamente tra le vie delle città nonché, grazie al supergreen pass, di viaggiare, cenare al ristorante, andare al cinema e sciare.

Nonostante tutto questo, la gestione delle risorse umane in ospedale (dirigenza medica sanitaria e comparto) è rimasta ancorata ai vecchi schemi emergenziali e senza i tanto richiesti adeguamenti.

Come Organizzazioni Sindacali in questi mesi, sulla base delle recenti drammatiche esperienze e in un’ottica di efficienza gestionale, abbiamo avanzato diverse richieste e dato ampia disponibilità per condividere i processi organizzativi, quali:

1. la costituzione, anche mediante idonea certificazione, di una task force di medici e infermieri specializzati nella gestione dei pazienti Covid, da destinare ai reparti Covid qualora ce ne fosse stata la necessità;

2. l’incremento degli organici mediante concorsi riguardanti in modo prioritario le specializzazioni più idonee al trattamento del Covid (malattie infettive, pneumologia) e a seguire tutte le altre.

3. in caso di nuove ondate pandemiche, l’impiego “ragionato” e preventivamente organizzato delle risorse umane disponibili (medici, infermieri e Oss) invece del semplicistico e precoce spostamento degli operatori sanitari dai reparti chirurgici a quelli Covid, che invece provoca, come già accaduto per ben 3 volte, la chiusura di posti letto chirurgici (perché privi di adeguata assistenza sanitaria), la riduzione complessiva di posti letto disponibili in ospedale per le patologie non Covid e l’inevitabile intasamento del pronto soccorso già gravato da accessi non appropriati, con grave disagio per i sanitari e per i cittadini che abbisognano di cure;

3. la riduzione tempestiva e temporanea delle attività ambulatoriali per le patologie croniche, differibili e comunque gestibili anche sul territorio;

4. la non precettazione, in prima battuta, dei chirurghi per curare i pazienti con polmonite Covid, sulla base del semplice ragionamento che i chirurghi dovrebbero fare i chirurghi (sembra ovvio, ma chi ha funzione gestionale in questo nosocomio evidentemente la pensa diversamente) ed essere precettati solo in caso di reale necessità e solo dopo che il personale più idoneo alle cure di questa patologia sia stato impiegato nell’assistenza ai malati Covid, salvaguardando il rispetto dei LEA per i cittadini e garantendo assistenza per i ricoverati no Covid;

Risultato? Le richieste fatte non solo non sono state accolte, ma neppure prese in considerazione.

Chi sovrintende alla gestione del personale operante nel presidio ospedaliero, recluta volontari o precetta medici di qualsivoglia specializzazione (anche non equipollente o affine) per assistere i pazienti ricoverati per il Covid in base alla “logica” delle teste presenti nelle diverse strutture e non in base alle specifiche competenze. E le stesse modalità di azione sono applicate da chi gestisce il personale di comparto.

I pazienti chirurgici e quelli non Covid sono, per la quarta volta, tornati ad essere considerati pazienti di “serie B” perché i loro percorsi diagnostico-terapeutici e i loro ricoveri vengono progressivamente sospesi, così bloccando di fatto per la quarta volta l’abbattimento delle liste di attesa, anche chirurgiche;

Le sale operatorie vengono aperte e chiuse come se il dipartimento di chirurgia fosse una “fisarmonica”, con la solita motivazione dell’emergenza (peccato che tale prassi sia stata sistematicamente adottata anche le scorse settimane, quando i pazienti ricoverati in ospedale per Covid erano meno di una ventina e l’emergenza non c’era!).

Stessa sorte è toccata ai posti letto ospedalieri, già da metà novembre, prima chiusi e poi riaperti, in reparti come la chirurgia generale e le medicine specialistiche con la “motivazione” dell’assoluta necessità di destinare infermieri e Oss alle attività Covid per carenza di personale. Cosa ne è seguito: intasamento per giorni del PS a causa di pazienti no Covid in attesa di ricovero.

E tralasciamo di esplicitare tutte le dinamiche (a nostro avviso sensate solo in minima parte) sino ad ora impiegate per la chiusura dei soliti reparti di degenza no Covid , poi riconvertiti in reparti Covid.

Di nuovo, i ricoveri Covid sono in progressivo aumento a causa del cronico e inadeguato filtro sul territorio per i casi non acuti e della difficoltà a dimettere dall’ospedale i pazienti Covid non gravi per inviarli al domicilio o presso le strutture territoriali.

Il perpetuarsi senza “mutazioni” e secondo schemi “superati” della gestione dei posti letto e del personale all’interno del presidio ospedaliero lasciano poca speranza. Trattasi ormai di un film già visto più volte e 3 ondate e quasi due anni di emergenza pandemica non sono stati sufficienti per cambiare il passo.

Con questi presupposti, il rischio che la regione possa diventare “zona gialla” o addirittura “arancione”, ma non per motivi epidemiologici legati al virus, pare piuttosto concreto.

L’ospedale continua a essere ciclicamente paralizzato, con il personale sanitario che viene spostato da una parte all’altra, senza un progetto che preveda quali attività (anche ambulatoriali) siano effettivamente e temporaneamente “sacrificabili” e quali no, per evitare che l’accesso alle cure durante le ondate pandemiche sia ancora limitato ai soli pazienti che necessitano di ricovero per patologie urgenti o non differibili.

In qualità di rappresentanti dei lavoratori abbiamo dato la nostra disponibilità ma siamo stati prevalentemente bypassati invece di essere attivamente coinvolti. A poco serviranno gli impegni intrapresi da Assessorato e Governo Regionale per l’attrattività e per le misure a favore della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e del personale tecnico e infermieristico, se le logiche e i meccanismi gestionali rimarranno sempre gli stessi.

Le OOSS dei Dirigenti Medici e Sanitari Ospedalieri, oramai disperate e esasperate, hanno a lungo auspicato un cambio di passo che ad oggi non è stato attuato da parte di chi ha da anni la responsabilità gestionale dei posti letto e del personale sanitario del presidio.

Ci auguriamo che il Direttore Generale dell’Azienda USL, al fine di sopperire alle immutate mancanze organizzative degli “attori e attrici” in scena, intervenga attivamente e si faccia carico da subito di questi processi. Ribadiamo che la salute pubblica non può essere soltanto “Covid e vaccini” per l’unica azienda USL della regione.

Se si persiste nel rinviare o allungare i tempi di diagnosi e cura per i pazienti no Covid chirurgici o affetti da patologie a elevato impatto sociale, non si potrà fare a meno di assistere a uno stabile aumento dell’insorgenza di complicazioni legate alla lunga attesa con conseguenti effetti negativi sulla salute collettiva che già sono visibili da alcuni mesi ma che purtroppo saranno ancora più marcati per molti anni a venire.

Le OO.SS. della dirigenza medica e sanitaria ospedaliera
AAROI-Emac, ANAAO-Assomed, AUPI, CIMO, CISL FP, FP CGIL, FVM, SAVT Santé, SNR, UILFPL